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Caro Sor Umberto ti scrivo…


(22 febbraio 2017 ore 9.00)

Sono un bambino, ho dieci anni e ti ho visto salutare noi tifosi assiepati ai piedi di un sogno. Rimanevo estasiato quando incontravo la tua faccia così buona tanto da associarti al buon Babbo Natale. E per il popolo biancoceleste forse lo sei anche stato Babbo Natale. Hai creato un miracolo di squadra, una delle più belle al mondo dove i valori veri della vita si respiravano a pieni polmoni e libravano in aria regalandoci emozioni da scudetto.
Eh sì caro Umberto quello scudetto vissuto tra partite a scopa e mediazioni possibili: hai incarnato il «bonus pater familias» della tradizione romana e biancoceleste, anche se nato in Colorado nelle sperdute lande di un’infinita America.
Sedici anni di presidenza, tra scudetto e retrocessione, vissuti tutti di un fiato, senza rimorsi con quel «sorriso» e quel «let it be» che sono i migliori antidoti alla nostra fugace esistenza.
Caro Sor Umberto se mi emoziono parlando di te, nel trentesimo anniversario della tua morte, è perché il tempo non esiste e quello che provavo a 10 anni lo provo anche a più di quarant’anni di distanza.
Sono un uomo, ho cinquantatré anni, e ti abbraccio forte.

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