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Cosa resterà di questo “Di Padre in Figlio”?


Cosa resterà, di questi anni ottanta? Potrebbe, davvero potrebbe camuffarsi tutta qui la riflessione l’ultima, in un fiume di parole ed emozioni già descritte. Non tutte uguali, ma tutte simili: solo amore, solo amore per una Lazio. Una, indeterminata, perché è una commistione se non unione di situazioni, vicissitudini, ciò che è stato e mai più sarà biancoceleste. Ben differenziata, e se ne è fatto un vanto, da “la” Lazio: sembra una difformità sottile, un altro dei tanti giochi semantici dove una mezza felicità implica una mezza tristezza o malinconia. Solo amore per una Lazio, una sola Lazio per amore dei suoi tifosi: questa è l’espressione ultima ed aulica del “Di Padre in Figlio”, la festa dei Laziali.

Caciarona come la più autentica manifestazione di gioia, incartata in nastri scintillanti e vistosi proclami e depositata nelle mani dei tanti (tantissimi, nell’accezione che sfuma d’indefinito un numero che davvero perde di senso nel tentativo di quantificazione) innamorati laziali – in forma di un rettangolino di carta. Perché a varcare quei cancelli c’era più che anatomia: c’erano storie e ricordi, generazioni a confronto, parole parlate in gruppo di una nitida immagine che ha caratterizzato il momento Lazio di ognuno di noi: chi rievoca le feste scudetto e chi stringe i denti nella durezza delle lotte per onore e orgoglio. Per poi affermare, in conclusione, un “io c’ero”: una sacra investitura e al tempo stesso un’eredità pesante per il futuro. C’erano tutti gli orgogliosi portatori di un ideale, di un simbolo che sfida anche le leggi della gravità per calpestare il campo di battaglia; c’era anche qualcuno in più. C’era una sfida di canti non una gara alla Lazialità, perché nessuno è più laziale di un altro: senza distinzioni effimere, ché il tempo è un’unità di misura fuggitiva e il processo alle intenzioni è basato su cavilli legali facilmente confutabili.

Constatando poi che avvicinandosi all’ovale biancoceleste si viene investiti da una luce abbagliante, per cui il calore di un solo istante di Lazio all’unisono sopperisce alle mancanze trascorse. Tutti uniti, allora, a ricordare la storia della propria squadra, della propria vita quel mettere insieme tanti piccoli momenti che fanno anni e anni di narrazione. Quindi una considerazione amara: il presente fugge via, e senza la voglia di memorizzare ciò che era ieri non si ha modo di ripetere quel che sarà domani. Gli anni trascorrono e la transitorietà della Lazio è anche la transitorietà della vita: il colore sostituisce il bianco e nero e i nipoti i nonni; c’è una folata di vento a spazzare via la polvere; proprio ora sta nascendo un nuovo tifoso laziale che avrà come primo ricordo una stagione ancora da vivere. Si ha la coscienza di restituire agli occhi innocenti di un bambino le immagini di uno stadio vuoto, di mille mani che si ritraggono quando la Lazio ha bisogno di fuggire dalle sabbie mobili; per poi essere capaci di compattarsi a recuperare l’identità quando c’è da intonare un coro.

Ma la Lazio è un continuum temporale, un unico film di 116 anni indissolubile ed indivisibile: non esistono frammenti o parti di storia, tutto quello che è stato vissuto è accaduto in nome della prima squadra della capitale. Chi assurge ad idoli persone esseri umani che a Roma non son venuti per libero arbitrio, ma per spintarella del destino, dimentica di festeggiare altri trofei ed altre partite che hanno visto sugli spalti ancor più spettatori di una pur meravigliosa serata. Vissuta senza alcuna recriminazione da chi ha e può ancora mostrare un senso di appartenenza che sfida il pensiero dilagante e comune, da chi si riunisce tutto cuore e anima sotto il cielo biancoceleste per un canto libero.

Arianna Michettoni

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