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Cupio dissolvi, ovvero la stagione tafazziana della Lazio (capitolo I)


«Cupio dissolvi». Desidero di morire. Questo l’epitaffio della stagione biancoceleste 2015-2016. Cercherò di analizzare il più oggettivamente possibile il fallimento sportivo della Lazio, con il suo ottavo posto buono solo ad evitare i preliminari di Coppa Italia, che ha toccato il fondo dell’anonimato più grigio.54 punti, 27 all’andata, 27 al ritorno, 52 gol fatti, 52 subiti, 48 infortuni, 20.000 spettatori di media, numeri raccapriccianti che impongono una riflessione articolata trasversalmente su tutti i versanti: società, squadra, tifosi e comunicazione.

Riavvolgiamo il nastro e partiamo dalla strategia scelta da Lotito e Tare, con la benedizione di Pioli, per affrontare il preliminare di Champions ad agosto. Dopo l’inatteso terzo posto e la sfortunata finale di Coppa Italia persa ai supplementari della stagione precedente, la società sceglie di confermare tutti i suoi big, malgrado le numerose richieste da ogni dove. Anderson, Candreva, Biglia, De Vrij restano tutti. Scelta conservativa che ha l’«imprimatur» della critica e dell’ambiente. Si salutano giocatori come Ledesma, Cana, Cavanda, Novaretti, Ciani, ma nessuno si strappa i capelli.

Il mercato acquisti va avanti adagio ma Pioli non appare preoccupato. Lui è convinto che Cataldi sia il vice Biglia, lui è convinto che Hoedt, Milinkovic, Kishna siano le pedine giuste per agguantare la Champions.

La società si trova ad affrontare però una trasferta a Shanghai per la finale di Supercoppa italiana ai primi di agosto; si gioca per i soldi e per la gloria; da lì sorgeranno tutti i problemi. «In primis» il cambio di preparazione, meno pesante rispetto all’anno precedente, scelto per affrontare subito gli impegni agonistici. Consideriamo che Pioli è un neofita di queste situazioni, visto che mai prima di ora aveva dovuto affrontare tale tipo di problema.

Ma torniamo alle scelte societarie: si opta per una trasferta «lunga» in Cina, in modo da acclimatare i giocatori all’insopportabile umidità asiatica. Ma tutto ciò risulta vano e deleterio: la Lazio è costretta ad allenarsi in palestra, con climatizzatori sparati «a palla». In campo l’8 di agosto vediamo una squadra imbolsita. La Juventus (più forte) aveva scelto un «mordi e fuggi» più redditizio. La partita non ha storia e cominciano ad avvistarsi le prime crepe.

Si ritorna a Roma, la società non è affatto contenta della sconfitta, ma c’è da remare uniti per la doppia sfida del preliminare Champions. Uniti? Una parola vuota. Già emergono i dissapori nello spogliatoio: la società non reputa di intervenire e soprassiede su una situazione che pare già molto complicata. A ciò si cominciano ad aggiungere le problematiche relative agli infortuni. De Vrij non sta bene (fresco di operazione all’inguine), ma deve giocare comunque, tra Lazio e qualificazione agli Europei della sua Olanda, Klose arranca, Biglia si fa male prima del ritorno a Leverkusen. La società è convinta che si possa superare il turno. La partita d’andata sembra darle ragione. Un 1-0 che lascia buone speranze per il ritorno. Certo, senza Klose e Biglia sarà dura in terra tedesca. E con De Vrij in condizioni menomate la gara diventa ancora più dura. E il ritorno coincide puntualmente con un disastro. Sconfitta netta, Lazio in Europa League. Il lavoro duro di un anno va in frantumi. La società assiste attonita. Unico rimedio: il prestito di Matri che va a colmare l’assenza di un Klose infortunato lungodegente.

Qui cominciano i problemi seri che determineranno in larga misura il fallimento stagionale. La squadra perde convinzione, forse non si crede più nel disegno di Pioli, e poi c’è la disputa sulla fascia di capitano che innesca una bomba ad orologeria. Insomma c’erano tutti i presupposti per intervenire. Ma Tare fa quel che può e Lotito ha tantissime cose da fare, oltre che pensare alla Lazio.

La partita immagine della stagione è la seconda. Chievo-Lazio. Subito dopo la disfatta di Leverkusen. Vedo giocatori persi, sguardi angosciati, squadra slabbrata; il risultato di 4-0 è la logica conseguenza di quello che è la Lazio: una «non squadra», ormai sfaldata da lotte intestine che sono assolutamente cicliche nel calcio. Soprattutto quando i risultati non arrivano. Pioli è in apnea, comincia il suo calvario. E all’orizzonte si profila un altro problema: le barriere in curva.

(Continua)

Carlo Cagnetti

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