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Il Punto sul Campionato – sesta giornata


(giovedi 29 settembre , ore 10,00)
COS’E’ LA LAZIO?
– Quindi l’interrogativo, un po’ di circostanza e un po’ impellente, è: che cos’è la Lazio? Non una squadra rapportata alle sei precedenti prestazioni, che di giudizi ne sono stati espressi in un numero pari a riempire gli annali di una vita intera – poco cinica, troppo egoista, raffazzonata, generosa; una storia da libro cuore col cattivo dei cattivi – e le bocche degli opinionisti dell’etere globale. Si è alla ricerca di una definizione slegata da quel concetto labile che è il tempo, già piegato alle derive umorali dell’essere umano: non è vero, infatti, che 90 minuti di tensione agonistica trascorrono molto più lentamente di 90 minuti di possesso del gioco? Eppure più spesso la tensione agonistica – o il pietismo tattico – ha portato la vittoria, che è tutto quel che conta. Dunque una definizione senza cambio stagione, cambio di modulo, cambio di allenatore, cambio degli uomini in campo: che cos’è la Lazio? Pensandoci, la Lazio è quella idea di infanzia, quella idea di famiglia, quella idea di spensieratezza e divertimento, certo. Ma ancor meglio, la Lazio è quella domenica con papà che ti porta al parco giochi della città: da una parte le macchine a scontro, il tiro al bersaglio, quei pesciolini rossi che si vincono con le palline da ping pong; poi al centro lei, che torreggia maestosa, e la fila è lunghissima, c’è il controllo all’ingresso; lei, che a guardarla senti già lo stomaco contorcersi: l’attrazione (fatale) delle vette altissime e delle cadute in picchiata, dei giri della morte e dell’alta velocità. La Lazio è una montagna russa che abbaglia, con la cromatura scintillante e le lucine intermittenti, è sedersi sul sediolino e già, al momento di allacciare la cinturina di sicurezza, chiedersi se non fosse stato meglio restarsene in disparte a guardarla, al sicuro da lontano, con il rischio-quasi-vantaggio del non sapere poi davvero cosa si prova. Perché, ad essere onesti, la prima sensazione che si ha sulle montagne russe è un “ma chi me lo ha fatto fare”, seguita immediatamente dopo dal “fatemi scendere, voglio scendere!”. Ma finché si sale va tutto bene: a prender quota c’è quasi una sfida al cielo – quasi una sfida alla Juventus; non è un caso che prima dello strapiombo si trovi una breve pausa. Si sta lì, sospesi tra la leggi di gravità, poi si precipita verso un baratro apparente, che recupera la sua direzione ancora ad una velocità massima, un sali e scendi che lascia senza fiato e non c’è più urlo che basti – si spera che finisca presto ma anche che duri ancora un po’, un po’ di più. La scarica di adrenalina è tale che ogni dubbio del principio svanisce e quel che resta è una voglia di farlo ancora, di nuovo – quindi il papà tende la sua mano con la promessa di tornarci la domenica successiva. Sì, la Lazio è una giostra di quel luna park che, in fin dei conti, è la serie A: riempito di strutture scelte da e per chi ha gusti ben precisi.

TOROTUNNEL DELL’ORRORE – Per esempio, è bello (e forse giusto) immaginare che la roma sia la casa infestata: i romanisti vi entrano spavaldi, perché mica spaventa sul serio! È tutta finzione, quei manichini datati al più possono strappare una risata, i cigolii sono posticci, le ragnatele di nylon. È un percorso noto, da affrontare con baldanza: non ci si può perdere nella casa infestata, perché non fa paura – vista da fuori, non fa paura. Però qualcosa cambia: un gioco di ombre, un sussurro e uno spiffero freddo, un realismo tale da generare tanta confusione, ed i passi si fanno più incerti. I romanisti sono ora arrabbiati per quel grande inganno che è la sospensione dell’incredulità e dalla casa infestata – come un po’ dal campionato, o dall’Europa – ne escono terrorizzati: chissà che, all’interno, non abbiano trovato proiettato il risultato perentorio ottenuto contro il Torino.

JUVETUNNEL DELL’AMORE – La Juventus è il tunnel dell’amore: ci si va con la consapevolezza di trovarci esattamente ciò che ci si aspetta, senza alcuna sorpresa, la certezza del vincere facile: pure contro il Palermo il lieto fine è assicurato. C’è il Napoli che è il bruco-mela, metafora perfetta dell’attesa di diventare grandi, o volersi già sentire grandi pur in uno spazio così piccolo – fatto sì di quattro vittorie e due pareggi, ma a fronte di un calendario di assai modesta pericolosità. E il Milan e l’Inter, che neanche sono attrazioni fisse: piuttosto le itineranti tira pugni, dove qualcuno arriva a battere il record mentre gli altri nel tempo provano ad emularlo, ogni volta un nuovo tiro ma resta quasi sempre tutto uguale: tanto rumore per nulla, come il pareggio dei nerazzurri contro il Bologna o dei rossoneri affrontando la Fiorentina. Il Sassuolo è il calcinculo – che è una giostra dalla dubbia etimologia, ma davvero il nome “seggiolini volanti” non rende l’idea: di potenziale per infastidire chiunque ne ha, a patto che non ci si ingegni per recuperare il feticcio che garantisce un giro omaggio. E tutte le altre che fan da riempitivo: quelle allettanti del “si vince sempre”, sempre, appunto, il premio di consolazione – che si è comunque appagati, contenti dell’illusione del non restare a mani vuote, pure se il regalino non equipara il costo del biglietto; quelle partite che per lo spettacolo offerto la serie A può bastare, per cui a volte si vince e a volte si perde, si può pareggiare, ma la sicurezza della massima serie val bene la banconota spesa.

UN ALTRO GIRO DI GIOSTRA – Perché il Luna Park è l’immagine perfetta della Serie A? Perché ogni anno ci sono nuove attrazioni; altre chiudono perché obsolete, o si reinventano nelle festicciole di paese. Perché ci sono i grandi classici, quelle giostre immediatamente associate all’idea di divertimento. E perché è un luogo frequentato da adulti e piccini, insieme e da soli, con l’incanto e la meraviglia dei suoni allegri e dell’esplosione di colori e con la promessa gioiosa di un coinvolgimento emotivo. Perché c’è la fortissima componente di svago ma un’insita sfida a se stessi, agli altri: il Luna Park è archetipico, proprio come il gioco del calcio. Il concetto dell’esultanza sincera e liberatoria ad un goal non è poi tanto distante dal ricercare e ricreare un’emozione pagata il costo di ingresso; così come, pur conoscendone già le attrazioni, ci si continua a tornare – quasi per mantenere un legame reciproco. Il calcio è un gioco che piace a tutti – banale; che per quanto possa far pensare ad un’ultima volta, poi il pensiero passa e ci si concede ancora un giro – decisamente meno banale.

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