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Il sonno della ragione genera opinionisti


16 MARZO 2017 ORE 20:15

C’è bisogno di una sorta di attitudine all’indignazione: lo sdegno si nutre di una sapiente gestualità, e bisogna imparare a storcere il naso, a mostrare il giusto sconcerto. Va dosato, riletto di situazione in situazione; mai sciupato, mai banalizzato. L’indignazione è quasi elitaria: non tutti possono esibirla, tanto che a volte quella di pochi basta per tutti. L’indignazione trova la sua essenza nell’opinione che ne segue, anch’essa, il più delle volte, nient’affatto spontanea: ogni parola viene pronunciata con la sapiente arte dell’affabulatore, una pratica tanto simile al tessere la tela del ragno dove poi intrappolare le proprie vittime. L’indignazione, l’opinione e, ultimo tassello ma più importante, la diffusione, sono quindi costruite certamente secondo un obiettivo o un tornaconto: ne sono la prova le polemiche strumentalizzate che tengono in pugno il dibattito nostrano. Chi è che decide? Usando i sempre cari tecnicismi, l’esatta definizione sta nell’opinion leader: un utente attivo del network che interpreta il significato – o il contenuto dei messaggi mediatici – per utenti medio-bassi dei media. Tipicamente l’opinion leader è tenuto in grande considerazione da coloro che accettano le sue opinioni, sebbene la leadership sia solitamente limitata ad alcuni argomenti: ad esempio, il calcio.
Gli opinion leaders biancocelesti son noti alla maggioranza: il più delle volte è a loro che ci si rivolge, e soprattutto loro hanno l’onore e l’onere di filtrare e contestualizzare. Un potere tanto grande in poche, piccole mani: può sollevare proteste o creare entusiasmi, dal nulla o porzionando – mistificando – la realtà; può chiedere il sostegno per una causa, la preferenza di una scelta, la fiducia incondizionata che si accorda ad un condottiero. Può – ed è tanto ingenuo sperare che se ne astenga quanto è lecito esercitare, piegandola, questa forza – inventare o causare l’indignazione. Che è un sentimento assai potente: tocca corde di malcontento o acuisce la frustrazione del fruitore, ridotto a mero colino di una situazione frammentata e che mai potrà percepire nella sua interezza. Il comunicatore (o opinionista) biancoceleste preferisce, attualizzando al fatto odierno, inarcare un sopracciglio al presunto accordo tra De Vrij e l’Inter: con due o tre aggettivi ad esprimere sorpresa, sdegno e disapprovazione per la condotta societaria la notizia è già pronta e il ricevente, l’utente medio-basso, spacchetta l’idea che gli viene regalata e che non tarda a fare sua. Così per l’ingaggio sull’ipotesi di rinnovo Keita, così per le sirene spagnole (Villarreal, che tanto non serve spaziare con la fantasia per creare scompiglio) per Inzaghi. Tutto è frutto di una costruzione dell’indignazione, cui segue la formulazione di un’opinione da diffondere, verso il basso, alle masse – impreparate o incapaci di arginare tale fenomeno. Perché la massa ha insita una sorta di addormentamento della coscienza: si ha insomma la consapevolezza di dover esprimere un parere o un giudizio su questo o quell’argomento, ma è un diritto/dovere che felicemente si delega – per inadeguatezza, forza del gruppo o, semplicemente, noia – al prossimo. Quante volte, nel momento in cui ci si deve esprimere, si usa la felice formula: “son d’accordo con chi mi ha preceduto”?

E molto spesso l’opinion leadership si accompagna ad una seconda pratica, difficile da riconoscere ma ancora più invasiva: la distrazione di massa, ovvero l’attenzione del pubblico deviata – in questo caso dai meriti e dallo stato di forma della Lazio. Sfruttare l’emozione è un buon metodo per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, infine, sul senso critico dell’individuo. Qualcosa di aberrante, soprattutto se osservato nelle discrepanze comunicative delle realtà calcistiche romane: da un lato vi è la bistrattata squadra di Lotito, di cui è fatto emergere sempre il lato negativo – secondo una prassi di gradimento ormai consolidata – e dall’altra si notano gli sfacciati favoreggiamenti ai giallorossi, non ultima la vicenda legata a Sky (il cui interesse è certamente legato alla permanenza romanista nella coppa i cui diritti sono in esclusiva) che, pur di appoggiare Totti & Co., avalla e si fa carico di iniziative promozionali per i tifosi (il costo scontato del biglietto ha come obiettivo lo stadio pieno, tanto più che per tale motivo è stata cancella la diretta in chiaro dell’evento) – in barba agli abbonati di fede diversa, e con il benestare degli… opinionisti.

Non esiste una reale alternativa all’opinion leading, se non il limitare il pensiero eterodiretto e credere e far valere la bontà della propria opinione, basata sulla capacità di discernimento di ognuno. È proprio quel che una volta si esortava nel prossimo: pensa con la tua testa!, gli si diceva; e differire con una reazione imprevista, credere nel proprio disaccordo e, soprattutto, proporsi una chiave di lettura libera da ogni condizionamento. Dietro ogni categoria – che sia il giornalista, l’opinionista o la semplice persona informata sui fatti – c’è, in fin dei conti, un essere umano – e l’essere umano può sbagliare, tanto più nella sua condiscendenza; non è un demerito scorgere l’errore altrui ed allontanarsi dal suo punto di vista. Nella vita come nel calcio – che della vita è solo un divertissement: oltre Sky, oltre la firma sul cartaceo, oltre chi, dotato di microfono, catechizza l’ascoltatore. Poi il resto vien da se: il leader in questione minimizzerà il pensiero libero, proponendo la sua voce come unica via percorribile – al contrario di chi, allontanandosene, si è smarrito; avrà ancora il suo fedele seguito, ma diminuito da un numero di risvegli.

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