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Parolo rinnova: sventola bandiera biancoceleste


(01 Ottobre 2016 – 15:01)

È già pronto il rinnovo contrattuale da far firmare a Marco Parolo, una disposizione che – presumibilmente – legherà a vita il calciatore ai colori biancocelesti. Presentata in tal modo, la notizia assume una portata semplicistica, quasi banale: di giocatori che prolungano ne è pieno il calcio; così, sottovoce, quasi in punta di piedi – senza quel tripudio mediatico che una notizia del genere richiederebbe. Deve esserci insomma un problema strutturale nelle luci della ribalta laziale, da tanti anni a questa parte solo lampadine fulminate – che importa, in fin dei conti, che un calciatore quasi qualsiasi decida di interpretare anima e corpo quel ruolo racchiuso in una parola abusata, infilata ovunque come fosse un nome comune, anche cantata, quella parola che si scrive “bandiera” e si legge “fiera appartenenza”. Quasi una cosa accaduta per caso, come un pronostico vinto contro il calcolo della probabilità. E quindi perché notare e spiegare che questa fortuna, una vera benedizione, sia avvenuta a pochi giorni da quella – quella, l’intervista ascoltata o letta da tutti – dichiarazione puntigliosa del fu Antonio Candreva? Ma andiamo con ordine. Già questa estate accade qualcosa di straordinario – qualcosa, al solito, passato come acqua sotto il ponte: pungolato sull’ormai passata vicenda Keita, gli fu posta la famigerata domanda trabocchetto – chissà, forse nella speranza di cavalcare l’onda lunga del caos e dell’anarchia biancoceleste. Ebbene senza scomporsi affatto, ma sorridendo appena – quel sorriso genuino, non fotogenico a favore di camera – lui rispose: “La Lazio come un punto di partenza? Ognuno ha il suo punto di vista”. Già allora il chiaro significato sottinteso fu deliberatamente ignorato, così una dichiarazione di tale importanza – le parole di un vero leader – cadde nel vuoto di un apparato mediatico che crea e distrugge a proprio vantaggio. Ecco allora che tornando al mese di Settembre, dove i biancocelesti fanno comunque bene sul campo – certo non sfigurano, al contrario degli auspici della vigilia – e gli incastri nello spogliatoio paiono più saldi, viene di nuovo tesa una trappola all’ambiente laziale. La prepara Romoletto, che così parla ad una nota emittente radiofonica (dalla tematica laziale, per intendersi): ” […] La mia intenzione era quella di diventare un punto di riferimento, qui non mi hanno dato modo di farlo. Alla fascia da capitano ci tenevo, pensavo di meritarla, ma prima di me c’erano altre persone più meritevoli. […] A Pioli dissi che non avrei fatto il vice-capitano. Non voglio fare polemica. Dando la fascia a Lucas Biglia, il mister pensava di fare scelta giusta. Il gruppo l’ha presa bene. Non c’e stata polemica. Pioli non mi ha fornito spiegazioni sulla fascia data a Biglia. Da quel momento, un po’ di cose sono cambiate. Ero po’ spento, avevo perso la magia. Avvertivo che era finito qualcosa” – dunque sia ben chiaro, questo non è voler fare polemica, parola di Antonio Candreva. Poi, forse, si avrà anche la fortuna di sapere soprattutto cosa si aspettasse quest’ultimo dallo spogliatoio dopo la consegna della fascia di capitano a Biglia. Tant’è. Quindi l’essere capitano, è, per estensione, diverso dal voler diventare una bandiera: allora ne sa qualcosa Parolo. Non si è infatti bandiera con una fascia di capitano intorno al braccio, o primeggiando nello spogliatoio, si è bandiera con l’impegno e la dedizione costante, sul campo e verso i propri compagni, con l’essere perno della squadra e giocatore affidabile (il numero 16 biancoceleste è sempre stato schierato titolare), conquistandosi e ricambiando il rispetto e la fiducia del mister; si è bandiera non diventando il calciatore più pagato della rosa, con pretese assurde e capricci da primadonna, ma con il calore trasmesso dal pubblico mentre canta il tuo nome, tifa per te, elogia la tua prestazione; si è bandiera quando il bambino si avvicina e chiede una foto al suo idolo, e la maglietta in regalo per il suo compleanno, e mostra con orgoglio la figurina ai compagni di scuola. Si è bandiera della gente, degli ultras che la sventolano entusiasti ogni domenica allo stadio, si è bandiera per il popolo che ti sceglie, ed è un legame che nasce quasi spontaneo. O, forse, appena appena aiutato da una buona parola (a Parolo, nomen omen) – ma neanche scontata o dovuta: “Che bravo Marco”, dice Suor Paola. Poi risponde il presidente Lotito: “Già, infatti l’ho incontrato oggi pomeriggio per sistemare il contratto”. Quando ancora tutti sono presi da moduli e tatticismi, feste di compleanno di facciate e paillettes, arriva la morale della favola: oltre ogni ipocrisia, ostentazione al vetriolo e vacua vanità, c’è un ragazzo che ha la faccia pulita, i modi garbati e gli abiti buoni che fanno la bandiera. La Lazio ne ha una – vera, autentica; la Lazio ha la sua immagine fiera e pura. Che proprio non vuole andare a vincere – si direbbe perdere, in realtà – altrove; che non finisce nel dimenticatoio di una grande squadra riducendosi a solo un nome nella lista dei tesserati, dopo lacrime di coccodrillo e circensi capriole tristi (tanto care ai pagliacci). L’amore è una cosa semplice, proprio come lui è.

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